Premio Bergamo 2026: vince Alcide Pierantozzi. Le interviste di UniBg OnAir

Sabato 25 aprile, alle ore 18:00, lo spazio incontri della Fiera dei Librai ha ospitato la cerimonia conclusiva della 42esima edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo. A trionfare quest’anno è stato Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), che si è aggiudicato il primo posto raccogliendo 45 preferenze dalla giuria. A seguire, la classifica ha visto un secondo posto a pari merito per Monica Pareschi con Inverness (Polidoro) e Rosa Matteucci con Cartagloria (Adelphi). Al terzo posto si è posizionato Enrico Terrinoni con A beautiful nothing (Edizioni di Atlantide), seguito da Eugenio Baroncelli con Il cielo più pietoso è quello vuoto (Sellerio), che ha chiuso la cinquina.

LA SERATA – La cerimonia è stata aperta dai saluti istituzionali del Presidente del Premio, Massimo Rocchi. Nel suo intervento ha rivendicato con orgoglio la longevità del concorso letterario – uno dei più antichi d’Italia – ringraziando i soci e gli sponsor che ne garantiscono la continuità e l’indipendenza. Uno degli aspetti ribaditi durante la serata è l’impatto socioculturale del premio, garantito dalla composizione eterogenea della sua Giuria Popolare. Oltre ai lettori estratti da tutta Italia e ai gruppi delle scuole, un ruolo di grande rilevanza è ricoperto dai gruppi di lettura all’interno del carcere di Bergamo (la Casa Circondariale): i detenuti partecipano infatti attivamente ai laboratori sui testi in cinquina, pubblicando le loro recensioni sulla rivista Spazio – Diario aperto dalla prigione e contribuendo al verdetto finale.

LE INTERVISTE DI UNIBG ONAIR – La nostra redazione era presente in Fiera e al termine della cerimonia ha intercettato il vincitore e due dei finalisti per approfondire i temi centrali delle loro opere a partire dalle suggestioni emerse durante gli incontri. Ai nostri microfoni Alcide Pierantozzi ha ammesso ironicamente di aver vissuto la competizione senza ansia grazie agli stabilizzatori d’umore, e ha smentito categoricamente il mito della “scrittura terapeutica”. Citando Leopardi, ha definito la scrittura come un “ultimo quasi rifugio” per sublimare il terrore assoluto della malattia psichiatrica. Pierantozzi ha inoltre sottolineato come il suo obiettivo sia combattere il cuore dello stigma sociale, dimostrando che chi soffre di questi disturbi è una persona pienamente funzionale, e auspicando che la società impari a riconoscere clinicamente la malattia anziché derubricarla a semplice “cattiveria” o disfunzione comportamentale. Con Monica Pareschi abbiamo analizzato quella “paura di vivere” che immobilizza le protagoniste dei suoi racconti. Pareschi ha inquadrato questa immobilità nella nostra epoca poco eroica, in cui si vive isolati dietro gli schermi e le relazioni interpersonali (persino un semplice bacio) implicano rischi percepiti come insormontabili. Sulla questione dei non detti e delle ellissi narrative, ha chiarito di non temere i fraintendimenti: la letteratura è una materia fluida, l’autore è solo un “messaggero” attraversato dalla storia, e il lettore ha il diritto di riempire i vuoti creando le proprie interpretazioni. Infine Enrico Terrinoni ci ha raccontato del salto dalla saggistica accademica alla narrativa. Terrinoni ha ricordato come la spinta creativa sia nata durante un’esperienza universitaria in cui veniva richiesto agli studenti di “entrare” fisicamente nelle opere, come l’Amleto, rendendo la creatività un vero strumento d’indagine. Inoltre, ispirandosi al suo lavoro di traduttore di James Joyce, ha rivelato di aver disseminato il suo romanzo di errori volontari (matematici, fisici e sui personaggi): veri e propri “portali della scoperta” pensati per sfidare apertamente il lettore.

Guarda le interviste complete nei contributi audio-video qui sotto:

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Immagine in copertina di Gianni Rusconi.